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martedì 14 giugno 2016

Vicini sullo scaffale. Rilke, Baudelaire e il mestiere della scrittura.



I vicini sullo scaffale sono due libricini che mi piace tenere appunto uno accanto all’altro nella libreria: uno è di Rainer Maria Rilke, l’altro di Charles Baudelaire.
Hanno quale tema comune il mestiere dello scrivere ed entrambi non erano stati concepiti dai rispettivi autori come un testo unico: sono raccolte di scritti rivolte ad aspiranti scrittori.
Forse avrete intuito che si tratta del celeberrimo Lettere ad un giovane poeta di Rilke e del forse meno noto Consigli ai giovani scrittori di Baudelaire.
Estremamente differenti nei contenuti e nello stile, eppure entrambi utili come strumenti di formazione permanente, nel senso che rileggerli di tanto in tanto può essere illuminante.
Perché ne parlo in questa sede? Perché i consigli di cui sopra, oltre che esser letti da drammaturghi in erba, possono essere rivolti con uguale efficacia ad ogni artista, a chiunque voglia dedicare la propria vita all’Arte, al Bello, a fare di sé strumento privilegiato delle Muse.

Quella di Rilke è una raccolta di lettere scritte tra il 1903 e il 1908 al giovane sig. Kappus, poeta in cerca della propria vocazione.
Rilke gli suggerisce di guardarsi dentro:
Rainer Maria Rilke
“Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le sue radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? [...] Se lei potrà affrontare con un semplice e forte ‘io devo’ questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza.”
L’urgenza di scrivere, il dover scrivere definiscono il poeta e così la sua opera.
“Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità. E’ questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’è.”
L’opera scaturisce dal fatto stesso di essere un poeta, quindi il poeta è chiamato a vivere come tale ogni momento della sua vita. Un poeta riesce a vedere la bellezza in ogni giornata, nei ricordi della propria infanzia come nelle esperienze nascenti.
La solitudine è la condizione necessaria ad ogni conoscenza, la modalità attraverso cui entrare in relazione con le cose e quindi raccontarle.
Rilke non attribuisce grande rilevanza alla professione che il poeta svolge per vivere: “Anche l’arte –dice- è solo una maniera di vivere, e a essa ci possiamo preparare, senza saperlo, vivendo in qualche modo” poiché le siamo prossimi “in ogni cosa reale”. Viene da dedurre che il poeta, secondo Rilke,  sia tale in ogni momento, in ogni azione, l’arte gli è sempre vicina.
Il poeta è chiamato a volgersi alle profondità di sé, alla natura e ad attenersi “al difficile”.
“Tutto ciò che vive vi si attiene, tutto in natura cresce e si batte a modo suo ed è per sua costituzione una cosa a sé, e cerca di esserlo a qualunque prezzo e contro ogni resistenza. Sappiamo poco, ma che dobbiamo attenerci al difficile è una certezza che non ci deve abbandonare.”
Difficile è la stessa solitudine.
Difficile è l’amore, “il lavoro che ogni lavoro non fa che preparare”, “una sublime occasione per il singolo di maturare, di diventare in sé qualcosa, di diventare mondo per sé per amore di un altro, è una grande, immodesta pretesa a lui rivolta, qualcosa che lo presceglie e lo chiama a vasti uffici.”
Difficile il sesso: “l’esperienza artistica è così incredibilmente prossima a quella sessuale [...] poiché anche la creazione spirituale trae origine da quella fisica, è della stessa natura, è solo una più sommessa, estatica ed eterna replica della voluttà del corpo.”
Difficili la pazienza, la morte.
In poche pagine, viene descritta l’intima natura dell’artista, o dell’essere umano che voglia trovare la propria via.

Charles Baudelaire
Nei suoi Consigli ai giovani scrittori, Baudelaire utilizza toni graffianti e cinici. Il breve saggio venne pubblicato la prima volta nel 1846 su L’esprit public e nell’edizione in mio possesso si trova insieme ad altre due saggi: Come si pagano i debiti quando si ha del genio, da cui apprendiamo che i ghost writers esistevano anche nel XIX secolo, e Scelta di massime consolanti sull’amore, a mio avviso leggermente delirante e un po’ (per usare un termine dello stesso Baudelaire) “arruffato”, che nell’insieme è un’esortazione ad amare. Scrive Baudelaire: “L’amore è per tutti –hanno un bel negare – la grande cosa della vita!”
E veniamo ai consigli per gli scrittori.
“I giovani scrittori che, parlando di un giovane collega con un accento misto a invidia, dicono: ‘È un bell’esordio, ha avuto una fortuna sfacciata’ non riflettono sul fatto che ogni esordio è sempre stato preceduto e che è l’effetto di altri venti esordi a loro ignoti.”
Si direbbe un pragmatico richiamo a metter da parte l’invidia e a rimboccarsi le maniche.
Per questo mi piace tener vicini nella libreria questo saggio e quello di Rilke, perché una volta che un artista sappia nel profondo di esser chiamato ad essere tale, si troverà ad affrontare situazioni ordinarie non irrilevanti, come l’impegno richiesto dalla sua stessa arte, la ricerca della possibilità di essere pagato per essa, la necessità umanamente comune di conciliare la propria attività prediletta con altre incombenze e con le proprie relazioni.
“Al giorno d’oggi –scrive Baudelaire – occorre produrre molto, occorre andare veloci [...] Per scrivere velocemente occorre aver molto pensato, essersi portati dietro un soggetto a passeggio, al bagno, al ristorante, fin anche dalla propria amante.”
Baudelaire non segue il metodo di alcuni suoi contemporanei di “riempire molta carta” per poi sfrondare, ritiene che questo sia “abusare del proprio tempo e del proprio talento”. L’opera esiste prima nella mente, poi prende forma sulla carta. Personalmente, mi sento in sintonia con questo pensiero.
E ancora: “L’orgia non è più sorella dell’ispirazione [...] Un cibo molto sostanzioso, ma regolare, è l’unica cosa necessaria agli scrittori fecondi. L’ispirazione è certamente sorella del lavoro giornaliero.”
L’ispirazione può essere allenata, sfruttando la “meccanica della mente”.
Scrivere insomma è uno stile di vita ed è meglio che esso sia più regolare possibile:
“Che il disordine abbia a volte accompagnato il genio, è solo prova che il genio è tremendamente forte [...] Non abbiate creditori, se proprio volete, fate finta di averne, è tutto quello che posso concedervi.”
Se quanto detto sulla velocità richiesta dai tempi pare applicabile anche ai nostri giorni, non saprei se dire altrettanto sulle considerazioni in merito alla poesia. Che io sappia, gli editori rifuggono dai poeti, ma chissà, forse Baudelaire sapeva il fatto suo affermando che “ogni uomo in salute può fare a meno del cibo per due giorni, della poesia mai”. È possibile che oggigiorno non siamo molto in salute...
Dispensa qualche consiglio anche sulla più opportuna scelta delle donne. Gli scrittori, “intelletti affaticati”, dovrebbero accompagnarsi solo a “due classi possibili di donne: le prostitute o le donne stupide, per l’amore o per la vita domestica.” Varrà anche per le scrittrici e la scelta degli uomini? Su questo tema, le considerazioni di Rilke sono decisamente più interessanti e, possiamo dirlo senza drammi, meno sessiste, ma erano già altri tempi.

Concludendo, questo mio arbitrario confronto tra due grandi poeti mi appassiona: entrambi i poeti offrono consigli resi autorevoli dalla loro stessa esperienza e, nell’incrociare le loro parole, ci introduciamo in quella zona difficile da definire che sta tra la autoespressione autentica e la comunicazione efficace.  Può esistere un artista incompreso? Siamo artisti perché sentiamo di esserlo o perché gli altri ci riconoscono tali? Forse lo siamo solo se si verificano entrambe le cose? Penso che ogni poeta, romanziere, attore, drammaturgo, cantante, pittore, scultore, danzatore, musicista si sia trovato almeno una volta nella vita a porsi interrogativi simili.
Nel mio personale dizionario, questo tentativo di conciliare poli (apparentemente?) opposti l’ho denominata come dialettica Rilke-Baudelaire; ed è questo il motivo per cui sullo scaffale i due piccoli volumi stanno insieme. 


Bibliografia

R.M. Rilke, Lettere a un giovane poeta, 1994, Arnoldo Mondadori Editore, Milano
C. Baudelaire, Consigli ai giovani scrittori,  2000, Passigli Editore, Firenze

sabato 11 luglio 2015

Il lavoro nel teatro secondo David Mamet. (una recensione di "Note in margine a una tovaglia" di D. Mamet)



David Mamet

<<L’artista che lavora per il teatro assolve nella società alla stessa funzione cui assolvono i sogni nella vita del subconscio –la vita inconscia dell’individuo. Siamo destinati a provvedere ai sogni del corpo sociale, siamo i fabbricanti di sogni della società.>>

Con queste parole, David Mamet, drammaturgo e sceneggiatore contemporaneo, descrive il lavoro nel teatro, lavoro inteso come forma artistica e non solo come intrattenimento. 
Attori, scenografi, autori sono tramiti attraverso i quali si esprime l’anima del tempo.
Il loro lavoro manifesta una visione che può ispirare una generazione, ma non più a lungo, perché poi, quando la visione viene completamente recepita e codificata, cessa di essere tale e diventa istituzione. Anche l'istituzione ha i suoi meriti, serve a tramandare il sapere, ma distaccandosi da quella che è stata una deterinata visione, perchè, una volta che abbia assolto alla sua funzione, la visione in sé non ha senso di essere tramandata.
Quello che si può tramandare alle generazioni successive è la filosofia, la morale e l’estetica del teatro. Come? Attraverso la tecnica, ossia attraverso <<quelle capacità che mettono l’artista in grado di rispondere pienamente, sinceramente e con amore a ciò che desidera esprimere>>. L’acquisizione della tecnica rende possibile il raggiungimento dello scopo del teatro, che è la produzione di senso. Citando Stanislavskij, Mamet afferma che lo scopo del teatro è <<portare alla luce l’anima vivente dell’uomo>>. Il teatro abolisce le chiacchiere inutili, il teatro è il luogo della verità.

Mamet dà qualche indicazione per chi scrive per il teatro.
Il drammaturgo dovrebbe attenersi alla regola aristotelica dell’unità di azione; sebbene il pubblico possa essere affascinato dalle caratteristiche dei personaggi e dalla loro psicologia, ciò che maggiormente gli interessa è quello che sta succedendo sulla scena. Il drammaturgo dovrebbe sempre tener presente la domanda: <<Adesso cosa succede?>> e scrivere azioni. È un lavoro impegnativo. <<È più facile scrivere bei dialoghi, che scrivere belle trame.>>
Secondo Mamet, tutte le opere teatrali si occupano del declino, di una situazione cioè che ormai ha raggiunto un completamento e che inevitabilmente va incontro ad un momento di disordine. L’opera drammaturgica si colloca in quel momento, riproponendosi di ristabilire l’ordine. Il compito del drammaturgo e della rappresentazione drammatica è quello di <<osservare e rappresentare il declino e il modo in cui si dirige verso la quiete finale – e offrire quel conforto che è compimento naturale della quiete.>>
L. Barbareschi e L. Lante della Rovere (1993)
in una rappresentazione di Oleanna di D. Mamet
Viviamo in tempi di declino e quindi il lavoro drammaturgico è ancor più rilevante.
Lo scopo del drammaturgo è <<far conoscere agli altri […] la possibilità di un’intima unione con ciò che vi è di essenziale in tutti noi: il fatto che siamo nati per morire, che lottiamo e veniamo sconfitti, che viviamo non sapendo perché ci troviamo qui e che, nonostante tutto, abbiamo bisogno di amare e di essere amati, ma abbiamo paura.>>

Non ci sono scorciatoie esistenziali per coloro che si misurano con uno scopo così alto: chi desidera imparare l’antica arte del raccontare storie è destinato a soffrire, a ripetere a se stesso se valga la pena di prendersene la briga. <<E la risposta –scrive Mamet agli artisti di teatro- è che dovete prendervene la briga solo se siete stati scelti per questo, in caso contrario, non fatelo.>> L'artista, quindi, sente di essere chiamato ad essere tale, tuttavia, spesso si trova in mezzo ad una battaglia tra volontà e paura. Tale battaglia è anche l’aspetto fondamentale di ogni opera drammatica, cioè <<la lotta tra ciò che si è chiamati a fare e ciò che si preferirebbe fare. L’esposizione a tale battaglia è l’educazione al tragico.>>
Cercando di comprendere cosa deve fare della sua vita, l’artista di teatro si avvicina alla filosofia, alla meditazione, alla recitazione, fino a far coincidere personalità e lavoro e poter quindi adempiere al proprio scopo, che è mettere in scena il nostro bisogno culturale di affrontare la domanda: <<Come faccio a vivere in un mondo che mi condanna a morire?>>

Mamet non parla solo del drammaturgo, ma anche del lavoro dell’attore.
L’attore condivide col drammaturgo gli scopi del proprio lavoro, il proprio compito di rappresentare l’anima dell’uomo. Partendo dal presupposto imprescindibile che la bravura in teatro è la capacità di dare, la bravura dell’attore non sta nello stabilire dei canoni, ma nel creare il presente, liberamente, tenendosi a debita distanza dalla ricerca dell’approvazione e dell’autocompiacimento. L’abilità di recitare si acquisisce attraverso una lunga pratica e miglioramenti infinitesimali, che si scorgono a malapena; è un’abilità che si può anche perdere, commettendo l’errore di dare per scontate -e a mano a mano abbandonare- abitudini che si sono conquistate a caro prezzo. Il modo migliore di studiare è farlo apprendendo da un artista, da qualcuno in grado di usare la tecnica teatrale.
L’attore eccelso è un attore che Mamet definisce organico, un attore generoso e coraggioso, che non recita meccanicamente, che mantiene la propria attenzione verso l’esterno, verso quello che sta cercando di ottenere e non verso i propri sentimenti.
La recitazione <<finta e meccanica>>, purtroppo molto diffusa, è rassicurante, segnala al pubblico che non sta succedendo nulla di inquietante, ci dice che siamo al sicuro, ma ci inganna e ci annoia.
Il teatro meccanico risponde al nostro bisogno di possesso, mentre il teatro organico risponde al nostro bisogno di amore.
L’attore organico porta in scena <<il desiderio invece della completezza, la volontà invece dell’emozione>>. Dopo aver partecipato ad uno spettacolo organico, uscendo dal teatro, invece di commentare la tecnica dell’attore, ci verrà spontaneo parlare della nostra vita.




Bibliografia

D. Mamet, Note in margine a una tovaglia. Scrivere (e vivere) per il cinema e per il teatro, 2004, Minimum Fax, Roma

Immagini

http://www.goodmantheatre.org/artists-archive/creative-partners/playwrights/david-mamet/
http://en.casanovamultimedia.it/produzioni/oleanna/